Credenze, Superstizioni, Malefici e Magie in Sardegna

Francisco Goya, L’incantesimo, 1797-98

 

La Sardegna, a causa del suo isolamento durato secoli, ha potuto conservare a lungo e inalterate le caratteristiche delle proprie tradizioni popolari. Questo è un aspetto che, in particolare, ha interessato soprattutto quelle zone che hanno resistito maggiormente alle influenze esterne. Ne è un esempio la Barbagia dove presero corpo superstizioni, credenze e rimedi pseudo-medici nei quali si adoperavano soprattutto maghe e guaritrici.

Una di queste credenze riguardava l’esistenza, in certi monti di Nuoro, di alcune grotte che, secondo il popolo, erano in comunicazione con l’Inferno. Si diceva che dentro tali grotte si nascondessero incredibili tesori ma anche diavoli e fate che tessevano su telai d’oro ed altri stranissimi personaggi. Nessuno poteva entrare in quelle cavità, perché facendolo sarebbe morto entro l’anno di peste o di morte violenta.

Altre credenze riguardavano i sogni e, per esempio, l’uva era presagio di lacrime, la carne di disgrazie, i pidocchi di denaro e il denaro di pidocchi; chi invece sognava dei fichi, sarebbe presto stato preso a pugni.

Edward Frederick Brewtnall, Visita alla Strega, 1882

 

Un aspetto molto importante nella vita quotidiana delle persone era rappresentato senza dubbio dagli incantesimi e dalle magie. La tradizione spiega come Sas Strias (le streghe) preparavano alcuni dei loro sortilegi. Tra questi malefici, spiccavano le “mazzine” ossia le fatture. Si trattava di uno strumento che permetteva di far del male a distanza ad altre persone. L’effetto malefico veniva raggiunto usando una rappresentazione che poteva essere una sorta di bambolotto antropomorfo oppure utilizzando piccoli animali, come lucertole, o ancora sacchetti con pelle di animale oppure di stoffa appartenente alla persona da maledire e contenente anche erbe e intrugli vari. Il sacchetto così preparato e influenzato dall’energia negativa veniva nascosto in casa della vittima. Talvolta poteva pure essere cucito addosso ai vestiti ad insaputa della persona prescelta.

Salvator Rosa, Streghe e Incantesimi, 1646 circa


Altrettanto potente era su frastimu”, maledizione verbale fatta con profondo odio verso la vittima che doveva sentirla per avere effetto, conferendo alla parola una potente carica di negatività in grado di perpetuarsi nel tempo. Forse, però, la peggiore di tutte e, peraltro, ancora presente nella cultura isolana è la maledizione lanciata con lo sguardo, su “pigau de ogu” ovvero la vittima di uno sguardo maligno a volte lanciato senza consapevolezza da invidiosi del successo e della vita della vittima che da quel momento incomincia a stare male e a subire colpi di sfortuna in grado di cambiargli la vita irrimediabilmente. Questa era la più infida e difficilmente individuabile ma attraverso alcuni rituali tra cui, a seconda delle zone, sa mexin’e ogu” sa mexin’e sa stria” era possibile levare e rinviare indietro a colui o colei che aveva scagliato la maledizione.

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